Una storia imprenditoriale al servizio dell’arte e della cultura.
Una storia imprenditoriale al servizio dell’arte e della cultura.
Innovazione, coraggio e visione, uniti all’amore per la musica, dall’inizio dell’Ottocento fino ai giorni nostri.

Ricordi
Ricordi
I periodi storici che hanno trasformato la visione di un giovane imprenditore in un’avventura di successo. Il racconto delle persone, delle scelte coraggiose e delle opere di ingegno che hanno reso popolare l’arte della musica.
1808-1853
Le origini e Giovanni Ricordi
Le origini e Giovanni Ricordi

Ricordi viene fondata a Milano nel 1808 da Giovanni Ricordi, violinista professionista e copista che nel 1807 si era formato a Lipsia presso l’editore Breitkopf & Härtel, acquisendo tecniche moderne di stampa musicale.
1853-1888
Tito I Ricordi e l’espansione internazionale

Dopo la morte di Giovanni (1853), la guida passa al figlio Tito Ricordi (Tito I).
1888-1912
Giulio Ricordi e l’età dell’oro

Con Giulio Ricordi – figlio di Tito I – la Casa Ricordi raggiunge l’apice del prestigio.
1912-1919
Tito II Ricordi e le sfide del primo Novecento

Alla morte di Giulio, la direzione passa al figlio Tito Ricordi II (1865-1933), quarta generazione familiare.
1919-1943
Anni di crisi: Valcarenghi e Clausetti

Con l’uscita di scena di Tito II nel 1919, la Casa Ricordi inaugura una nuova fase gestionale affidata a professionisti esterni alla famiglia, in un periodo storico difficile.
1944-1956
Ricostruzione e rilancio nel dopoguerra

Nel 1944, mentre la guerra volge al termine, la famiglia Ricordi torna straordinariamente sulla scena gestionale per contribuire alla rinascita dell’azienda.
1956-1963
I cantautori e la nuova musica leggera

All’alba del miracolo economico italiano, la Ricordi è ormai pronta a raccogliere la sfida della modernità sia nella musica leggera sia nella musica colta.
Anni '60, '70 e '80
Tradizione e avanguardia

Dopo il 1963, Casa Ricordi concentra le sue energie soprattutto sul core business dell’editoria musicale classica e contemporanea.
1994 – OGGI
Dalla gestione familiare ai grandi gruppi

All’inizio degli anni ’90 Casa Ricordi è all’apice come gruppo editoriale musicale italiano, con attività diversificate (editoria, dischi, negozi) e presenza all’estero.

Una storia, cento storie.
Una storia, cento storie.
Dall’intuizione pionieristica di Giovanni Ricordi nel 1808, fino alle evoluzioni globali del XXI secolo. Una storia imprenditoriale riflesso dell’evoluzione della musica e dell’industria culturale italiana.
Ricordi ha saputo innovare: dall’editoria a stampa all’impresa teatrale, dalla grafica pubblicitaria all’industria discografica, fino alla musicologia e alle tecnologie digitali. Ha lanciato e supportato generazioni di artisti: dai giganti dell’opera romantica (Rossini, Verdi, Puccini), ai creatori del linguaggio musicale novecentesco (Nono, Berio) fino ai cantautori della canzone moderna (Paoli, De André, Battisti).
Il nome Ricordi rappresenta un glorioso catalogo di 200 anni di musica, un impegno nella produzione musicale contemporanea e nella salvaguardia della memoria storica.
Casa Ricordi, forte della propria eredità, continua così a unire arte e lavoro (“ars et labor”), guardando al futuro con i piedi ben saldi in un passato glorioso.

Corti d’autore
Corti d’autore
La storia raccontata per immagini.
Le origini dell’editoria musicale in Italia
Ricordi nasce nel 1808 dall’iniziativa di Giovanni Ricordi, violinista e copista milanese che intuì le potenzialità di una moderna impresa editoriale musicale.
Dopo un viaggio a Lipsia nel 1807 per apprendere le tecniche di incisione presso l’editore tedesco Breitkopf & Härtel, Ricordi importò in Italia un torchio calcografico e fondò a Milano la sua casa editrice, introducendo per la prima volta la stampa a incisione di spartiti operistici nel paese.
Già nel 1808 pubblicò lo spartito (canto e pianoforte) di un’opera completa – Adelasia e Aleramo di Mayr – fatto inedito in un’epoca in cui si diffondevano solo arie o brani singoli, manoscritti o a stampa.
Questa innovazione rispondeva al crescente mercato degli amatori di musica, permettendo a cantanti e dilettanti di acquistare l’intera opera in partitura ridotta, mentre le partiture orchestrali restavano di proprietà dell’editore e venivano noleggiate ai teatri per le esecuzioni. Questa duplice strategia – vendita degli spartiti ai privati e noleggio dei materiali orchestrali ai teatri – pose le basi del successo imprenditoriale di Ricordi.
Nei decenni successivi l’azienda crebbe trasformandosi da bottega artigiana in una industria culturale a tutti gli effetti. Giovanni Ricordi fu anche formatore di incisori e stampatori: collaborò con l’incisore torinese Felice Festa e avviò una tradizione italiana nell’arte dell’incisione musicale, creando una “scuola” di artigiani specializzati.
Parallelamente, adottò moderne strategie di business: ampliò il catalogo acquisendo interi archivi musicali (come quello del Teatro alla Scala nel 1825) e opere di altri editori concorrenti, costruendo così un repertorio vastissimo. Alla metà dell’Ottocento il catalogo Ricordi vantava migliaia di titoli, includendo opere dei maggiori operisti italiani (Rossini, Bellini, Donizetti, Mercadante etc.) e assicurandosi fin dagli esordi la collaborazione di Giuseppe Verdi.
Proprio la lungimirante politica di contratti di esclusiva con compositori di primo piano (come Verdi) diede a Casa Ricordi un ruolo dominante nel panorama musicale italiano e internazionale della seconda metà dell’Ottocento.
Verso la fine del secolo l’azienda compì il salto definitivo verso l’industrializzazione.
Sfruttando i progressi tecnologici e legislativi (come vedremo a proposito del diritto d’autore), nel 1883 Ricordi inaugurò a Milano un nuovo stabilimento tipografico all’avanguardia, descritto all’epoca come uno dei più moderni ed efficienti d’Europa.
In questo vasto complesso di oltre 4.000 mq vennero affiancate alla stampa musicale tradizionale anche le più avanzate tecniche litografiche e tipografiche: vi erano installate quindici macchine litografiche a colori, dieci torchi litografici e nove torchi calcografici, con una capacità produttiva di 25 milioni di fogli musicali l’anno.
L’impianto comprendeva persino servizi innovativi per i lavoratori (docce, deposito biciclette), segno di un’organizzazione di tipo industriale moderno. Grazie a questa infrastruttura, Ricordi poté gestire internamente l’intero ciclo produttivo (incisione, stampa e distribuzione) e rafforzare la propria rete commerciale con filiali aperte nelle principali città italiane (Napoli, Firenze, Roma, Palermo) e all’estero (Londra nel 1878, Parigi nel 1888, New York nel 1906).
L’evoluzione da impresa familiare a colosso editoriale internazionale era compiuta: Ricordi si era affermata come “l’editore dei grandi operisti italiani”, trasformando un mestiere artigianale in un’industria culturale che avrebbe segnato la storia della musica.
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Le origini dell’editoria musicale in Italia
Ricordi nasce nel 1808 dall’iniziativa di Giovanni Ricordi, violinista e copista milanese che intuì le potenzialità di una moderna impresa editoriale musicale.
Dopo un viaggio a Lipsia nel 1807 per apprendere le tecniche di incisione presso l’editore tedesco Breitkopf & Härtel, Ricordi importò in Italia un torchio calcografico e fondò a Milano la sua casa editrice, introducendo per la prima volta la stampa a incisione di spartiti operistici nel paese.
Già nel 1808 pubblicò lo spartito (canto e pianoforte) di un’opera completa – Adelasia e Aleramo di Mayr – fatto inedito in un’epoca in cui si diffondevano solo arie o brani singoli, manoscritti o a stampa.
Questa innovazione rispondeva al crescente mercato degli amatori di musica, permettendo a cantanti e dilettanti di acquistare l’intera opera in partitura ridotta, mentre le partiture orchestrali restavano di proprietà dell’editore e venivano noleggiate ai teatri per le esecuzioni. Questa duplice strategia – vendita degli spartiti ai privati e noleggio dei materiali orchestrali ai teatri – pose le basi del successo imprenditoriale di Ricordi.
Nei decenni successivi l’azienda crebbe trasformandosi da bottega artigiana in una industria culturale a tutti gli effetti. Giovanni Ricordi fu anche formatore di incisori e stampatori: collaborò con l’incisore torinese Felice Festa e avviò una tradizione italiana nell’arte dell’incisione musicale, creando una “scuola” di artigiani specializzati.
Parallelamente, adottò moderne strategie di business: ampliò il catalogo acquisendo interi archivi musicali (come quello del Teatro alla Scala nel 1825) e opere di altri editori concorrenti, costruendo così un repertorio vastissimo. Alla metà dell’Ottocento il catalogo Ricordi vantava migliaia di titoli, includendo opere dei maggiori operisti italiani (Rossini, Bellini, Donizetti, Mercadante etc.) e assicurandosi fin dagli esordi la collaborazione di Giuseppe Verdi.
Proprio la lungimirante politica di contratti di esclusiva con compositori di primo piano (come Verdi) diede a Casa Ricordi un ruolo dominante nel panorama musicale italiano e internazionale della seconda metà dell’Ottocento.
Verso la fine del secolo l’azienda compì il salto definitivo verso l’industrializzazione.
Sfruttando i progressi tecnologici e legislativi (come vedremo a proposito del diritto d’autore), nel 1883 Ricordi inaugurò a Milano un nuovo stabilimento tipografico all’avanguardia, descritto all’epoca come uno dei più moderni ed efficienti d’Europa.
In questo vasto complesso di oltre 4.000 mq vennero affiancate alla stampa musicale tradizionale anche le più avanzate tecniche litografiche e tipografiche: vi erano installate quindici macchine litografiche a colori, dieci torchi litografici e nove torchi calcografici, con una capacità produttiva di 25 milioni di fogli musicali l’anno.
L’impianto comprendeva persino servizi innovativi per i lavoratori (docce, deposito biciclette), segno di un’organizzazione di tipo industriale moderno. Grazie a questa infrastruttura, Ricordi poté gestire internamente l’intero ciclo produttivo (incisione, stampa e distribuzione) e rafforzare la propria rete commerciale con filiali aperte nelle principali città italiane (Napoli, Firenze, Roma, Palermo) e all’estero (Londra nel 1878, Parigi nel 1888, New York nel 1906).
L’evoluzione da impresa familiare a colosso editoriale internazionale era compiuta: Ricordi si era affermata come “l’editore dei grandi operisti italiani”, trasformando un mestiere artigianale in un’industria culturale che avrebbe segnato la storia della musica.
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Le origini dell’editoria musicale in Italia
Ricordi nasce nel 1808 dall’iniziativa di Giovanni Ricordi, violinista e copista milanese che intuì le potenzialità di una moderna impresa editoriale musicale.
Dopo un viaggio a Lipsia nel 1807 per apprendere le tecniche di incisione presso l’editore tedesco Breitkopf & Härtel, Ricordi importò in Italia un torchio calcografico e fondò a Milano la sua casa editrice, introducendo per la prima volta la stampa a incisione di spartiti operistici nel paese.
Già nel 1808 pubblicò lo spartito (canto e pianoforte) di un’opera completa – Adelasia e Aleramo di Mayr – fatto inedito in un’epoca in cui si diffondevano solo arie o brani singoli, manoscritti o a stampa.
Questa innovazione rispondeva al crescente mercato degli amatori di musica, permettendo a cantanti e dilettanti di acquistare l’intera opera in partitura ridotta, mentre le partiture orchestrali restavano di proprietà dell’editore e venivano noleggiate ai teatri per le esecuzioni. Questa duplice strategia – vendita degli spartiti ai privati e noleggio dei materiali orchestrali ai teatri – pose le basi del successo imprenditoriale di Ricordi.
Nei decenni successivi l’azienda crebbe trasformandosi da bottega artigiana in una industria culturale a tutti gli effetti. Giovanni Ricordi fu anche formatore di incisori e stampatori: collaborò con l’incisore torinese Felice Festa e avviò una tradizione italiana nell’arte dell’incisione musicale, creando una “scuola” di artigiani specializzati.
Parallelamente, adottò moderne strategie di business: ampliò il catalogo acquisendo interi archivi musicali (come quello del Teatro alla Scala nel 1825) e opere di altri editori concorrenti, costruendo così un repertorio vastissimo. Alla metà dell’Ottocento il catalogo Ricordi vantava migliaia di titoli, includendo opere dei maggiori operisti italiani (Rossini, Bellini, Donizetti, Mercadante etc.) e assicurandosi fin dagli esordi la collaborazione di Giuseppe Verdi.
Proprio la lungimirante politica di contratti di esclusiva con compositori di primo piano (come Verdi) diede a Casa Ricordi un ruolo dominante nel panorama musicale italiano e internazionale della seconda metà dell’Ottocento.
Verso la fine del secolo l’azienda compì il salto definitivo verso l’industrializzazione.
Sfruttando i progressi tecnologici e legislativi (come vedremo a proposito del diritto d’autore), nel 1883 Ricordi inaugurò a Milano un nuovo stabilimento tipografico all’avanguardia, descritto all’epoca come uno dei più moderni ed efficienti d’Europa.
In questo vasto complesso di oltre 4.000 mq vennero affiancate alla stampa musicale tradizionale anche le più avanzate tecniche litografiche e tipografiche: vi erano installate quindici macchine litografiche a colori, dieci torchi litografici e nove torchi calcografici, con una capacità produttiva di 25 milioni di fogli musicali l’anno.
L’impianto comprendeva persino servizi innovativi per i lavoratori (docce, deposito biciclette), segno di un’organizzazione di tipo industriale moderno. Grazie a questa infrastruttura, Ricordi poté gestire internamente l’intero ciclo produttivo (incisione, stampa e distribuzione) e rafforzare la propria rete commerciale con filiali aperte nelle principali città italiane (Napoli, Firenze, Roma, Palermo) e all’estero (Londra nel 1878, Parigi nel 1888, New York nel 1906).
L’evoluzione da impresa familiare a colosso editoriale internazionale era compiuta: Ricordi si era affermata come “l’editore dei grandi operisti italiani”, trasformando un mestiere artigianale in un’industria culturale che avrebbe segnato la storia della musica.
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Archivi, autografi e diritto d’autore
Sin dagli inizi, Ricordi mostrò una spiccata sensibilità per la conservazione del patrimonio musicale e per la tutela dei diritti degli autori.
In un’epoca in cui le opere liriche erano spesso considerate effimere (patrimonio dei teatri o degli impresari più che creazioni “d’autore”), Giovanni Ricordi avviò la pratica di preservare e centralizzare i materiali originali.
Già nel 1806 ottenne dal Teatro Carcano di Milano l’autorizzazione a trattenere copie dei materiali orchestrali delle opere rappresentate, costituendo il nucleo di un archivio musicale di proprietà da utilizzare per il noleggio. Questo fu l’embrione di quello che sarebbe divenuto l’Archivio Storico Ricordi, una collezione vastissima di partiture, spartiti e documenti oggi riconosciuta come uno dei più importanti archivi musicali privati al mondo.
Nel corso dell’Ottocento l’archivio si accrebbe attraverso ulteriori acquisizioni: Tito Ricordi (figlio di Giovanni) rilevò archivi teatrali di varie città e nel 1825 acquistò l’intero archivio del Teatro alla Scala, arrivando a possedere migliaia di partiture manoscritte e materiali d’orchestra.
Questa opera di salvataggio e collezione degli autografi originali assicurò da un lato la conservazione della memoria storica dell’opera italiana, dall’altro diede a Ricordi una posizione di forza nel controllare le esecuzioni (chi voleva rappresentare un’opera doveva rivolgersi all’editore detentore del materiale autentico).
Contemporaneamente, Ricordi fu protagonista nelle battaglie per il riconoscimento giuridico del diritto d’autore in musica. A metà Ottocento, in assenza di leggi adeguate, i compositori non godevano di tutela e gli editori combattevano la pirateria con mezzi propri. Tito Ricordi si fece carico di questa causa divenendo il portavoce, in Italia e in Europa, delle istanze per una legislazione moderna sul copyright. Il suo impegno fu fondamentale in un periodo di dibattito internazionale (culminato poi nella Convenzione di Berna del 1886): grazie anche alle pressioni di Ricordi, vennero emanate norme che garantivano agli autori diritti esclusivi sulle loro opere per un certo numero di anni.
Emblematico è un caso del primo Novecento: Ricordi vinse una causa legale contro la Gramophone Company (filiale italiana) per violazione dei diritti d’autore, ottenendo il riconoscimento che ai compositori spettassero i compensi sullo sfruttamento delle opere per i primi 40 anni dalla creazione. Questa sentenza rappresentò un precedente importante, sancendo ufficialmente il principio che l’opera dell’ingegno musicale dovesse essere protetta e remunerata. In generale, le battaglie legali di Ricordi contribuirono a stabilizzare in Italia la giurisprudenza sul diritto d’autore.
Grazie a questo rinnovato scenario normativo, l’editore poté consolidare i propri investimenti industriali e culturali. La tutela del copyright permise infatti a Ricordi non solo di difendere i propri interessi economici, ma anche di valorizzare il catalogo come patrimonio culturale da tramandare. La cura degli autografi originali (oggi conservati in gran parte presso la Biblioteca Braidense di Milano) e la documentazione meticolosa di ogni opera pubblicata riflettono la volontà di preservare per il futuro la “memoria” della musica italiana.
In tal senso, Ricordi svolse un ruolo pionieristico nell’affermazione del compositore come autore-creatore di opere d’arte autonome, meritevoli di essere conservate e protette, anziché semplice fornitore di musica d’occasione. Questa visione – unita all’azione concreta sia archivistica sia legislativa – fece di Ricordi un attore chiave nella tutela del patrimonio musicale nazionale.
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Archivi, autografi e diritto d’autore
Sin dagli inizi, Ricordi mostrò una spiccata sensibilità per la conservazione del patrimonio musicale e per la tutela dei diritti degli autori.
In un’epoca in cui le opere liriche erano spesso considerate effimere (patrimonio dei teatri o degli impresari più che creazioni “d’autore”), Giovanni Ricordi avviò la pratica di preservare e centralizzare i materiali originali.
Già nel 1806 ottenne dal Teatro Carcano di Milano l’autorizzazione a trattenere copie dei materiali orchestrali delle opere rappresentate, costituendo il nucleo di un archivio musicale di proprietà da utilizzare per il noleggio. Questo fu l’embrione di quello che sarebbe divenuto l’Archivio Storico Ricordi, una collezione vastissima di partiture, spartiti e documenti oggi riconosciuta come uno dei più importanti archivi musicali privati al mondo.
Nel corso dell’Ottocento l’archivio si accrebbe attraverso ulteriori acquisizioni: Tito Ricordi (figlio di Giovanni) rilevò archivi teatrali di varie città e nel 1825 acquistò l’intero archivio del Teatro alla Scala, arrivando a possedere migliaia di partiture manoscritte e materiali d’orchestra.
Questa opera di salvataggio e collezione degli autografi originali assicurò da un lato la conservazione della memoria storica dell’opera italiana, dall’altro diede a Ricordi una posizione di forza nel controllare le esecuzioni (chi voleva rappresentare un’opera doveva rivolgersi all’editore detentore del materiale autentico).
Contemporaneamente, Ricordi fu protagonista nelle battaglie per il riconoscimento giuridico del diritto d’autore in musica. A metà Ottocento, in assenza di leggi adeguate, i compositori non godevano di tutela e gli editori combattevano la pirateria con mezzi propri. Tito Ricordi si fece carico di questa causa divenendo il portavoce, in Italia e in Europa, delle istanze per una legislazione moderna sul copyright. Il suo impegno fu fondamentale in un periodo di dibattito internazionale (culminato poi nella Convenzione di Berna del 1886): grazie anche alle pressioni di Ricordi, vennero emanate norme che garantivano agli autori diritti esclusivi sulle loro opere per un certo numero di anni.
Emblematico è un caso del primo Novecento: Ricordi vinse una causa legale contro la Gramophone Company (filiale italiana) per violazione dei diritti d’autore, ottenendo il riconoscimento che ai compositori spettassero i compensi sullo sfruttamento delle opere per i primi 40 anni dalla creazione. Questa sentenza rappresentò un precedente importante, sancendo ufficialmente il principio che l’opera dell’ingegno musicale dovesse essere protetta e remunerata. In generale, le battaglie legali di Ricordi contribuirono a stabilizzare in Italia la giurisprudenza sul diritto d’autore.
Grazie a questo rinnovato scenario normativo, l’editore poté consolidare i propri investimenti industriali e culturali. La tutela del copyright permise infatti a Ricordi non solo di difendere i propri interessi economici, ma anche di valorizzare il catalogo come patrimonio culturale da tramandare. La cura degli autografi originali (oggi conservati in gran parte presso la Biblioteca Braidense di Milano) e la documentazione meticolosa di ogni opera pubblicata riflettono la volontà di preservare per il futuro la “memoria” della musica italiana.
In tal senso, Ricordi svolse un ruolo pionieristico nell’affermazione del compositore come autore-creatore di opere d’arte autonome, meritevoli di essere conservate e protette, anziché semplice fornitore di musica d’occasione. Questa visione – unita all’azione concreta sia archivistica sia legislativa – fece di Ricordi un attore chiave nella tutela del patrimonio musicale nazionale.
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Archivi, autografi e diritto d’autore
Sin dagli inizi, Ricordi mostrò una spiccata sensibilità per la conservazione del patrimonio musicale e per la tutela dei diritti degli autori.
In un’epoca in cui le opere liriche erano spesso considerate effimere (patrimonio dei teatri o degli impresari più che creazioni “d’autore”), Giovanni Ricordi avviò la pratica di preservare e centralizzare i materiali originali.
Già nel 1806 ottenne dal Teatro Carcano di Milano l’autorizzazione a trattenere copie dei materiali orchestrali delle opere rappresentate, costituendo il nucleo di un archivio musicale di proprietà da utilizzare per il noleggio. Questo fu l’embrione di quello che sarebbe divenuto l’Archivio Storico Ricordi, una collezione vastissima di partiture, spartiti e documenti oggi riconosciuta come uno dei più importanti archivi musicali privati al mondo.
Nel corso dell’Ottocento l’archivio si accrebbe attraverso ulteriori acquisizioni: Tito Ricordi (figlio di Giovanni) rilevò archivi teatrali di varie città e nel 1825 acquistò l’intero archivio del Teatro alla Scala, arrivando a possedere migliaia di partiture manoscritte e materiali d’orchestra.
Questa opera di salvataggio e collezione degli autografi originali assicurò da un lato la conservazione della memoria storica dell’opera italiana, dall’altro diede a Ricordi una posizione di forza nel controllare le esecuzioni (chi voleva rappresentare un’opera doveva rivolgersi all’editore detentore del materiale autentico).
Contemporaneamente, Ricordi fu protagonista nelle battaglie per il riconoscimento giuridico del diritto d’autore in musica. A metà Ottocento, in assenza di leggi adeguate, i compositori non godevano di tutela e gli editori combattevano la pirateria con mezzi propri. Tito Ricordi si fece carico di questa causa divenendo il portavoce, in Italia e in Europa, delle istanze per una legislazione moderna sul copyright. Il suo impegno fu fondamentale in un periodo di dibattito internazionale (culminato poi nella Convenzione di Berna del 1886): grazie anche alle pressioni di Ricordi, vennero emanate norme che garantivano agli autori diritti esclusivi sulle loro opere per un certo numero di anni.
Emblematico è un caso del primo Novecento: Ricordi vinse una causa legale contro la Gramophone Company (filiale italiana) per violazione dei diritti d’autore, ottenendo il riconoscimento che ai compositori spettassero i compensi sullo sfruttamento delle opere per i primi 40 anni dalla creazione. Questa sentenza rappresentò un precedente importante, sancendo ufficialmente il principio che l’opera dell’ingegno musicale dovesse essere protetta e remunerata. In generale, le battaglie legali di Ricordi contribuirono a stabilizzare in Italia la giurisprudenza sul diritto d’autore.
Grazie a questo rinnovato scenario normativo, l’editore poté consolidare i propri investimenti industriali e culturali. La tutela del copyright permise infatti a Ricordi non solo di difendere i propri interessi economici, ma anche di valorizzare il catalogo come patrimonio culturale da tramandare. La cura degli autografi originali (oggi conservati in gran parte presso la Biblioteca Braidense di Milano) e la documentazione meticolosa di ogni opera pubblicata riflettono la volontà di preservare per il futuro la “memoria” della musica italiana.
In tal senso, Ricordi svolse un ruolo pionieristico nell’affermazione del compositore come autore-creatore di opere d’arte autonome, meritevoli di essere conservate e protette, anziché semplice fornitore di musica d’occasione. Questa visione – unita all’azione concreta sia archivistica sia legislativa – fece di Ricordi un attore chiave nella tutela del patrimonio musicale nazionale.
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Grafica, manifesti e immaginario dell’opera
Tra Otto e Novecento, Ricordi seppe costruire un’inedita identità visiva legata alle opere e ai compositori del suo catalogo, anticipando i concetti moderni di branding e comunicazione visiva.
Sotto la guida di Giulio Ricordi (figlio di Tito I, direttore dal 1888 al 1912), l’editore investì fortemente nelle arti grafiche applicate alla musica. Nel 1888 Giulio impresse una svolta alle Officine Grafiche Ricordi, il reparto interno dedicato alla stampa e litografia, nominando il pittore e scenografo Adolf Hohenstein come direttore artistico. Hohenstein, tedesco di nascita ma attivo a Milano, radunò attorno a sé una squadra di giovani talenti del disegno e della grafica pubblicitaria, formando la prima generazione di grandi cartellonisti italiani.
Tra questi figurano nomi destinati a entrare nella storia delle arti grafiche: Giovanni Mario Mataloni, Leopoldo Metlicovitz, Leonetto Cappiello, Marcello Dudovich, solo per citare i più noti. Grazie alla loro creatività, Ricordi elaborò un ricchissimo immaginario visivo per promuovere le opere: copertine illustrate per spartiti e libretti, manifesti a colori per reclamizzare le prime rappresentazioni, nonché materiali promozionali vari (cartoline da collezione, annunci illustrati sulle riviste musicali, ecc.).
Ogni nuovo titolo operistico veniva associato a un preciso motivo iconografico, spesso affidato a un artista di punta, così da conferirgli un’identità riconoscibile anche sul piano visivo.
I manifesti e le illustrazioni prodotte dalle Officine Ricordi tra fine ’800 e inizi ’900 fecero scuola e segnano la nascita della grafica pubblicitaria italiana nello stile Liberty/Art Nouveau. Celebri sono ad esempio i manifesti delle opere di Puccini: La Bohème (1896) con le scene parigine dipinte da Hohenstein, Tosca (1900) e Madama Butterfly (1904) con le raffinate locandine di Metlicovitz, fino ai manifesti futuristi di Dudovich per Turandot (1926).
Questi “cartelli artistici” – come venivano chiamati in Ricordi – erano considerati autentici fiori all’occhiello della ditta. Oltre alla loro funzione promozionale immediata, essi contribuirono a educare il gusto estetico del pubblico: attraverso immagini seducenti e stilizzate, gli editori intendevano avvicinare le masse all’arte e alla bellezza. La cura dell’aspetto visuale arrivava a coinvolgere persino la messinscena: Giulio Ricordi incoraggiava un approccio integrato in cui scenografie, costumi e materiale pubblicitario fossero pensati in modo coerente, creando un “unico orizzonte visivo” per l’opera.
Questa visione olistica faceva sì che l’esperienza dello spettatore iniziasse già dal manifesto in strada o dalla copertina del libretto, alimentando l’immaginario dell’opera ancor prima del rialzo del sipario.
L’innovazione di Ricordi nel campo grafico si inseriva nel contesto più ampio della Seconda Rivoluzione Industriale e del modernismo internazionale. Sul finire dell’Ottocento, l’Art Nouveau dilagava in Europa: Ricordi fu tra le prime realtà in Italia ad allinearsi a questi modelli stilistici d’avanguardia, traducendoli in chiave nazionale.
L’incontro tra la sensibilità artistica di illustratori geniali e la visione imprenditoriale di Giulio Ricordi generò un linguaggio grafico originale, al passo coi tempi eppure profondamente legato al mondo dell’opera. L’eredità di quell’epoca pionieristica è visibile ancora oggi: i manifesti storici Ricordi sono conservati come opere d’arte (molti sono esposti in musei e collezioni), e l’Archivio Ricordi sta ricostruendo e digitalizzando l’intera produzione cromolitografica pubblicitaria di oltre mezzo secolo.
In definitiva, attraverso l’identità visiva Ricordi ha contribuito a mitizzare i suoi compositori e le loro opere, fissandone l’immagine nell’immaginario collettivo: si pensi al “cigno di Busseto” Verdi con le cornici liberty verdi e oro, o al giovane Puccini associato alle eleganti figure femminili liberty. Questo patrimonio iconografico resta una testimonianza tangibile di come un editore abbia saputo fondere arte e commercio, elevando la grafica a parte integrante del successo di un prodotto culturale.
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Grafica, manifesti e immaginario dell’opera
Tra Otto e Novecento, Ricordi seppe costruire un’inedita identità visiva legata alle opere e ai compositori del suo catalogo, anticipando i concetti moderni di branding e comunicazione visiva.
Sotto la guida di Giulio Ricordi (figlio di Tito I, direttore dal 1888 al 1912), l’editore investì fortemente nelle arti grafiche applicate alla musica. Nel 1888 Giulio impresse una svolta alle Officine Grafiche Ricordi, il reparto interno dedicato alla stampa e litografia, nominando il pittore e scenografo Adolf Hohenstein come direttore artistico. Hohenstein, tedesco di nascita ma attivo a Milano, radunò attorno a sé una squadra di giovani talenti del disegno e della grafica pubblicitaria, formando la prima generazione di grandi cartellonisti italiani.
Tra questi figurano nomi destinati a entrare nella storia delle arti grafiche: Giovanni Mario Mataloni, Leopoldo Metlicovitz, Leonetto Cappiello, Marcello Dudovich, solo per citare i più noti. Grazie alla loro creatività, Ricordi elaborò un ricchissimo immaginario visivo per promuovere le opere: copertine illustrate per spartiti e libretti, manifesti a colori per reclamizzare le prime rappresentazioni, nonché materiali promozionali vari (cartoline da collezione, annunci illustrati sulle riviste musicali, ecc.).
Ogni nuovo titolo operistico veniva associato a un preciso motivo iconografico, spesso affidato a un artista di punta, così da conferirgli un’identità riconoscibile anche sul piano visivo.
I manifesti e le illustrazioni prodotte dalle Officine Ricordi tra fine ’800 e inizi ’900 fecero scuola e segnano la nascita della grafica pubblicitaria italiana nello stile Liberty/Art Nouveau. Celebri sono ad esempio i manifesti delle opere di Puccini: La Bohème (1896) con le scene parigine dipinte da Hohenstein, Tosca (1900) e Madama Butterfly (1904) con le raffinate locandine di Metlicovitz, fino ai manifesti futuristi di Dudovich per Turandot (1926).
Questi “cartelli artistici” – come venivano chiamati in Ricordi – erano considerati autentici fiori all’occhiello della ditta. Oltre alla loro funzione promozionale immediata, essi contribuirono a educare il gusto estetico del pubblico: attraverso immagini seducenti e stilizzate, gli editori intendevano avvicinare le masse all’arte e alla bellezza. La cura dell’aspetto visuale arrivava a coinvolgere persino la messinscena: Giulio Ricordi incoraggiava un approccio integrato in cui scenografie, costumi e materiale pubblicitario fossero pensati in modo coerente, creando un “unico orizzonte visivo” per l’opera.
Questa visione olistica faceva sì che l’esperienza dello spettatore iniziasse già dal manifesto in strada o dalla copertina del libretto, alimentando l’immaginario dell’opera ancor prima del rialzo del sipario.
L’innovazione di Ricordi nel campo grafico si inseriva nel contesto più ampio della Seconda Rivoluzione Industriale e del modernismo internazionale. Sul finire dell’Ottocento, l’Art Nouveau dilagava in Europa: Ricordi fu tra le prime realtà in Italia ad allinearsi a questi modelli stilistici d’avanguardia, traducendoli in chiave nazionale.
L’incontro tra la sensibilità artistica di illustratori geniali e la visione imprenditoriale di Giulio Ricordi generò un linguaggio grafico originale, al passo coi tempi eppure profondamente legato al mondo dell’opera. L’eredità di quell’epoca pionieristica è visibile ancora oggi: i manifesti storici Ricordi sono conservati come opere d’arte (molti sono esposti in musei e collezioni), e l’Archivio Ricordi sta ricostruendo e digitalizzando l’intera produzione cromolitografica pubblicitaria di oltre mezzo secolo.
In definitiva, attraverso l’identità visiva Ricordi ha contribuito a mitizzare i suoi compositori e le loro opere, fissandone l’immagine nell’immaginario collettivo: si pensi al “cigno di Busseto” Verdi con le cornici liberty verdi e oro, o al giovane Puccini associato alle eleganti figure femminili liberty. Questo patrimonio iconografico resta una testimonianza tangibile di come un editore abbia saputo fondere arte e commercio, elevando la grafica a parte integrante del successo di un prodotto culturale.
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Grafica, manifesti e immaginario dell’opera
Tra Otto e Novecento, Ricordi seppe costruire un’inedita identità visiva legata alle opere e ai compositori del suo catalogo, anticipando i concetti moderni di branding e comunicazione visiva.
Sotto la guida di Giulio Ricordi (figlio di Tito I, direttore dal 1888 al 1912), l’editore investì fortemente nelle arti grafiche applicate alla musica. Nel 1888 Giulio impresse una svolta alle Officine Grafiche Ricordi, il reparto interno dedicato alla stampa e litografia, nominando il pittore e scenografo Adolf Hohenstein come direttore artistico. Hohenstein, tedesco di nascita ma attivo a Milano, radunò attorno a sé una squadra di giovani talenti del disegno e della grafica pubblicitaria, formando la prima generazione di grandi cartellonisti italiani.
Tra questi figurano nomi destinati a entrare nella storia delle arti grafiche: Giovanni Mario Mataloni, Leopoldo Metlicovitz, Leonetto Cappiello, Marcello Dudovich, solo per citare i più noti. Grazie alla loro creatività, Ricordi elaborò un ricchissimo immaginario visivo per promuovere le opere: copertine illustrate per spartiti e libretti, manifesti a colori per reclamizzare le prime rappresentazioni, nonché materiali promozionali vari (cartoline da collezione, annunci illustrati sulle riviste musicali, ecc.).
Ogni nuovo titolo operistico veniva associato a un preciso motivo iconografico, spesso affidato a un artista di punta, così da conferirgli un’identità riconoscibile anche sul piano visivo.
I manifesti e le illustrazioni prodotte dalle Officine Ricordi tra fine ’800 e inizi ’900 fecero scuola e segnano la nascita della grafica pubblicitaria italiana nello stile Liberty/Art Nouveau. Celebri sono ad esempio i manifesti delle opere di Puccini: La Bohème (1896) con le scene parigine dipinte da Hohenstein, Tosca (1900) e Madama Butterfly (1904) con le raffinate locandine di Metlicovitz, fino ai manifesti futuristi di Dudovich per Turandot (1926).
Questi “cartelli artistici” – come venivano chiamati in Ricordi – erano considerati autentici fiori all’occhiello della ditta. Oltre alla loro funzione promozionale immediata, essi contribuirono a educare il gusto estetico del pubblico: attraverso immagini seducenti e stilizzate, gli editori intendevano avvicinare le masse all’arte e alla bellezza. La cura dell’aspetto visuale arrivava a coinvolgere persino la messinscena: Giulio Ricordi incoraggiava un approccio integrato in cui scenografie, costumi e materiale pubblicitario fossero pensati in modo coerente, creando un “unico orizzonte visivo” per l’opera.
Questa visione olistica faceva sì che l’esperienza dello spettatore iniziasse già dal manifesto in strada o dalla copertina del libretto, alimentando l’immaginario dell’opera ancor prima del rialzo del sipario.
L’innovazione di Ricordi nel campo grafico si inseriva nel contesto più ampio della Seconda Rivoluzione Industriale e del modernismo internazionale. Sul finire dell’Ottocento, l’Art Nouveau dilagava in Europa: Ricordi fu tra le prime realtà in Italia ad allinearsi a questi modelli stilistici d’avanguardia, traducendoli in chiave nazionale.
L’incontro tra la sensibilità artistica di illustratori geniali e la visione imprenditoriale di Giulio Ricordi generò un linguaggio grafico originale, al passo coi tempi eppure profondamente legato al mondo dell’opera. L’eredità di quell’epoca pionieristica è visibile ancora oggi: i manifesti storici Ricordi sono conservati come opere d’arte (molti sono esposti in musei e collezioni), e l’Archivio Ricordi sta ricostruendo e digitalizzando l’intera produzione cromolitografica pubblicitaria di oltre mezzo secolo.
In definitiva, attraverso l’identità visiva Ricordi ha contribuito a mitizzare i suoi compositori e le loro opere, fissandone l’immagine nell’immaginario collettivo: si pensi al “cigno di Busseto” Verdi con le cornici liberty verdi e oro, o al giovane Puccini associato alle eleganti figure femminili liberty. Questo patrimonio iconografico resta una testimonianza tangibile di come un editore abbia saputo fondere arte e commercio, elevando la grafica a parte integrante del successo di un prodotto culturale.
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Ricordi e il controllo della produzione operistica
Ricordi vanta una tradizione di scoperta e valorizzazione di talenti musicali che attraversa due secoli, adattandosi ai mutamenti dei linguaggi artistici.
Nell’Ottocento, come abbiamo visto, Ricordi legò il proprio nome ai grandi operisti: sostenne Verdi dai suoi inizi (Tito Ricordi è ricordato proprio per aver “scoperto” e coltivato il giovane Verdi), pubblicò opere di Rossini, Donizetti, Bellini e di fatto lanciò la carriera di Giacomo Puccini, divenendone mecenate e amico personale.
La “scuderia” Ricordi ottocentesca fu dunque formidabile, rappresentando i massimi compositori dell’opera romantica italiana – i “fantastici cinque” (Rossini, Donizetti, Bellini, Verdi, Puccini) – i cui successi furono amplificati proprio dall’oculata opera di promozione dell’editore.
Nel primo Novecento, con la fine dell’epoca d’oro del melodramma, Ricordi dovette affrontare un periodo di transizione: compositori come Pietro Mascagni e Ruggero Leoncavallo emersero con l’editore concorrente Sonzogno (la cosiddetta “Giovane Scuola” verista), mentre Ricordi faticava a trovare il “nuovo Puccini”.
Ciononostante, negli anni ’20 l’editore pubblicò autori innovativi come Ferruccio Busoni, Ildebrando Pizzetti, Ottorino Respighi, Alfredo Casella, Gian Francesco Malipiero, sostenendo così anche il rinnovamento della musica strumentale e sinfonica italiana.
Durante il ventennio fascista, non senza difficoltà (il regime impose censure e discriminazioni razziali che colpirono alcuni autori ebrei in catalogo), Ricordi continuò a operare sia nell’ambito dell’opera sia in quello della musica strumentale.
Il vero secondo Rinascimento di Ricordi nel campo dei nuovi talenti avvenne però nel dopoguerra. A partire dagli anni ’50, l’editore abbracciò con convinzione le sperimentazioni delle seconde avanguardie musicali del Novecento, scoprendo e promuovendo autori allora giovani e rivoluzionari. Figure come Bruno Maderna, Luciano Berio, Luigi Nono, Sylvano Bussotti – compositori d’avanguardia della generazione postbellica – trovarono in Ricordi un editore disposto a pubblicare le loro partiture e a documentare le loro audaci ricerche sonore. Fu una scelta coraggiosa: queste nuove musiche, spesso atonali, elettroniche o aleatorie, avevano un pubblico inizialmente ristretto. Ma Ricordi, fedele alla propria vocazione di protagonista culturale, investì nella musica colta contemporanea, affiancando all’opera tradizionale anche le opere sperimentali dei giovani compositori.
Negli anni ’60 il catalogo Ricordi si arricchì così dei lavori di Maderna, Berio, Nono, Bussotti, Franco Donatoni, Giacomo Manzoni, e più tardi Salvatore Sciarrino, Luigi Ferneyhough, Gérard Grisey, Hans Werner Henze (questi ultimi anche non italiani). Ciò testimonia anche l’internazionalizzazione dell’azienda in quel periodo: Ricordi divenne un punto di riferimento non solo per gli italiani, ma per la nuova musica europea in generale, stringendo legami con festival come Darmstadt e con compositori stranieri innovativi.
Accanto alla musica d’avanguardia colta, come già accennato, negli anni ’60 Ricordi fu promotrice di nuovi talenti nel campo della musica leggera, lanciando i cantautori e contribuendo alla nascita di un canone della canzone d’autore italiana. È significativo che sotto lo stesso tetto editoriale convivessero allora esperienze così diverse: da un lato Nono e Berio che sperimentavano nuovi linguaggi sonori, dall’altro Paoli e De André che rivoluzionavano la canzone. In entrambi i casi, però, Casa Ricordi dimostrò apertura alle novità e fiuto artistico.
Pubblicare partiture di musica d’avanguardia significava anche impegnarsi in un intenso lavoro di coordinamento con gli autori e con i musicologi: molte di queste opere richiedevano nuove notazioni, apparati critici e spiegazioni, e Ricordi collaborò strettamente con gli autori per assicurare edizioni accurate. Ad esempio, l’archivio Ricordi conserva gli autografi di lavori seminali come Boulez e Steinecke di Maderna, Sequenza di Berio, Il canto sospeso di Nono – materiali che documentano la genesi di queste composizioni e che furono pubblicati con note e revisione degli stessi autori.
Il risultato di questa politica lungimirante fu che Casa Ricordi divenne la “casa” sia dei grandi del passato sia dei geni del futuro. Negli anni ’80 e ’90, il catalogo si allargò ulteriormente a nuove generazioni (ad esempio Giorgio Battistelli, Luca Lombardi) e a nuovi generi (opera da camera, balletto contemporaneo, installazioni multimediali).
L’azienda seppe così rinnovarsi continuamente, mantenendo vivo lo spirito pionieristico che l’aveva caratterizzata fin dall’epoca di Giovanni Ricordi. Ancora oggi, grazie a quell’opera di scouting, studiosi e appassionati possono trovare nel Fondo Ricordi le testimonianze complete dell’evoluzione musicale italiana dal melodramma romantico alle avanguardie elettroniche: un patrimonio unico al mondo, che racconta di come dietro ogni grande innovatore vi sia spesso un editore coraggioso che ne intuisce il genio. In sintesi, dalla scoperta di Verdi all’abbraccio delle avanguardie, Ricordi è stata un formidabile talent scout musicale attraverso le generazioni.
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Ricordi e il controllo della produzione operistica
Ricordi vanta una tradizione di scoperta e valorizzazione di talenti musicali che attraversa due secoli, adattandosi ai mutamenti dei linguaggi artistici.
Nell’Ottocento, come abbiamo visto, Ricordi legò il proprio nome ai grandi operisti: sostenne Verdi dai suoi inizi (Tito Ricordi è ricordato proprio per aver “scoperto” e coltivato il giovane Verdi), pubblicò opere di Rossini, Donizetti, Bellini e di fatto lanciò la carriera di Giacomo Puccini, divenendone mecenate e amico personale.
La “scuderia” Ricordi ottocentesca fu dunque formidabile, rappresentando i massimi compositori dell’opera romantica italiana – i “fantastici cinque” (Rossini, Donizetti, Bellini, Verdi, Puccini) – i cui successi furono amplificati proprio dall’oculata opera di promozione dell’editore.
Nel primo Novecento, con la fine dell’epoca d’oro del melodramma, Ricordi dovette affrontare un periodo di transizione: compositori come Pietro Mascagni e Ruggero Leoncavallo emersero con l’editore concorrente Sonzogno (la cosiddetta “Giovane Scuola” verista), mentre Ricordi faticava a trovare il “nuovo Puccini”.
Ciononostante, negli anni ’20 l’editore pubblicò autori innovativi come Ferruccio Busoni, Ildebrando Pizzetti, Ottorino Respighi, Alfredo Casella, Gian Francesco Malipiero, sostenendo così anche il rinnovamento della musica strumentale e sinfonica italiana.
Durante il ventennio fascista, non senza difficoltà (il regime impose censure e discriminazioni razziali che colpirono alcuni autori ebrei in catalogo), Ricordi continuò a operare sia nell’ambito dell’opera sia in quello della musica strumentale.
Il vero secondo Rinascimento di Ricordi nel campo dei nuovi talenti avvenne però nel dopoguerra. A partire dagli anni ’50, l’editore abbracciò con convinzione le sperimentazioni delle seconde avanguardie musicali del Novecento, scoprendo e promuovendo autori allora giovani e rivoluzionari. Figure come Bruno Maderna, Luciano Berio, Luigi Nono, Sylvano Bussotti – compositori d’avanguardia della generazione postbellica – trovarono in Ricordi un editore disposto a pubblicare le loro partiture e a documentare le loro audaci ricerche sonore. Fu una scelta coraggiosa: queste nuove musiche, spesso atonali, elettroniche o aleatorie, avevano un pubblico inizialmente ristretto. Ma Ricordi, fedele alla propria vocazione di protagonista culturale, investì nella musica colta contemporanea, affiancando all’opera tradizionale anche le opere sperimentali dei giovani compositori.
Negli anni ’60 il catalogo Ricordi si arricchì così dei lavori di Maderna, Berio, Nono, Bussotti, Franco Donatoni, Giacomo Manzoni, e più tardi Salvatore Sciarrino, Luigi Ferneyhough, Gérard Grisey, Hans Werner Henze (questi ultimi anche non italiani). Ciò testimonia anche l’internazionalizzazione dell’azienda in quel periodo: Ricordi divenne un punto di riferimento non solo per gli italiani, ma per la nuova musica europea in generale, stringendo legami con festival come Darmstadt e con compositori stranieri innovativi.
Accanto alla musica d’avanguardia colta, come già accennato, negli anni ’60 Ricordi fu promotrice di nuovi talenti nel campo della musica leggera, lanciando i cantautori e contribuendo alla nascita di un canone della canzone d’autore italiana. È significativo che sotto lo stesso tetto editoriale convivessero allora esperienze così diverse: da un lato Nono e Berio che sperimentavano nuovi linguaggi sonori, dall’altro Paoli e De André che rivoluzionavano la canzone. In entrambi i casi, però, Casa Ricordi dimostrò apertura alle novità e fiuto artistico.
Pubblicare partiture di musica d’avanguardia significava anche impegnarsi in un intenso lavoro di coordinamento con gli autori e con i musicologi: molte di queste opere richiedevano nuove notazioni, apparati critici e spiegazioni, e Ricordi collaborò strettamente con gli autori per assicurare edizioni accurate. Ad esempio, l’archivio Ricordi conserva gli autografi di lavori seminali come Boulez e Steinecke di Maderna, Sequenza di Berio, Il canto sospeso di Nono – materiali che documentano la genesi di queste composizioni e che furono pubblicati con note e revisione degli stessi autori.
Il risultato di questa politica lungimirante fu che Casa Ricordi divenne la “casa” sia dei grandi del passato sia dei geni del futuro. Negli anni ’80 e ’90, il catalogo si allargò ulteriormente a nuove generazioni (ad esempio Giorgio Battistelli, Luca Lombardi) e a nuovi generi (opera da camera, balletto contemporaneo, installazioni multimediali).
L’azienda seppe così rinnovarsi continuamente, mantenendo vivo lo spirito pionieristico che l’aveva caratterizzata fin dall’epoca di Giovanni Ricordi. Ancora oggi, grazie a quell’opera di scouting, studiosi e appassionati possono trovare nel Fondo Ricordi le testimonianze complete dell’evoluzione musicale italiana dal melodramma romantico alle avanguardie elettroniche: un patrimonio unico al mondo, che racconta di come dietro ogni grande innovatore vi sia spesso un editore coraggioso che ne intuisce il genio. In sintesi, dalla scoperta di Verdi all’abbraccio delle avanguardie, Ricordi è stata un formidabile talent scout musicale attraverso le generazioni.
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Ricordi e il controllo della produzione operistica
Ricordi vanta una tradizione di scoperta e valorizzazione di talenti musicali che attraversa due secoli, adattandosi ai mutamenti dei linguaggi artistici.
Nell’Ottocento, come abbiamo visto, Ricordi legò il proprio nome ai grandi operisti: sostenne Verdi dai suoi inizi (Tito Ricordi è ricordato proprio per aver “scoperto” e coltivato il giovane Verdi), pubblicò opere di Rossini, Donizetti, Bellini e di fatto lanciò la carriera di Giacomo Puccini, divenendone mecenate e amico personale.
La “scuderia” Ricordi ottocentesca fu dunque formidabile, rappresentando i massimi compositori dell’opera romantica italiana – i “fantastici cinque” (Rossini, Donizetti, Bellini, Verdi, Puccini) – i cui successi furono amplificati proprio dall’oculata opera di promozione dell’editore.
Nel primo Novecento, con la fine dell’epoca d’oro del melodramma, Ricordi dovette affrontare un periodo di transizione: compositori come Pietro Mascagni e Ruggero Leoncavallo emersero con l’editore concorrente Sonzogno (la cosiddetta “Giovane Scuola” verista), mentre Ricordi faticava a trovare il “nuovo Puccini”.
Ciononostante, negli anni ’20 l’editore pubblicò autori innovativi come Ferruccio Busoni, Ildebrando Pizzetti, Ottorino Respighi, Alfredo Casella, Gian Francesco Malipiero, sostenendo così anche il rinnovamento della musica strumentale e sinfonica italiana.
Durante il ventennio fascista, non senza difficoltà (il regime impose censure e discriminazioni razziali che colpirono alcuni autori ebrei in catalogo), Ricordi continuò a operare sia nell’ambito dell’opera sia in quello della musica strumentale.
Il vero secondo Rinascimento di Ricordi nel campo dei nuovi talenti avvenne però nel dopoguerra. A partire dagli anni ’50, l’editore abbracciò con convinzione le sperimentazioni delle seconde avanguardie musicali del Novecento, scoprendo e promuovendo autori allora giovani e rivoluzionari. Figure come Bruno Maderna, Luciano Berio, Luigi Nono, Sylvano Bussotti – compositori d’avanguardia della generazione postbellica – trovarono in Ricordi un editore disposto a pubblicare le loro partiture e a documentare le loro audaci ricerche sonore. Fu una scelta coraggiosa: queste nuove musiche, spesso atonali, elettroniche o aleatorie, avevano un pubblico inizialmente ristretto. Ma Ricordi, fedele alla propria vocazione di protagonista culturale, investì nella musica colta contemporanea, affiancando all’opera tradizionale anche le opere sperimentali dei giovani compositori.
Negli anni ’60 il catalogo Ricordi si arricchì così dei lavori di Maderna, Berio, Nono, Bussotti, Franco Donatoni, Giacomo Manzoni, e più tardi Salvatore Sciarrino, Luigi Ferneyhough, Gérard Grisey, Hans Werner Henze (questi ultimi anche non italiani). Ciò testimonia anche l’internazionalizzazione dell’azienda in quel periodo: Ricordi divenne un punto di riferimento non solo per gli italiani, ma per la nuova musica europea in generale, stringendo legami con festival come Darmstadt e con compositori stranieri innovativi.
Accanto alla musica d’avanguardia colta, come già accennato, negli anni ’60 Ricordi fu promotrice di nuovi talenti nel campo della musica leggera, lanciando i cantautori e contribuendo alla nascita di un canone della canzone d’autore italiana. È significativo che sotto lo stesso tetto editoriale convivessero allora esperienze così diverse: da un lato Nono e Berio che sperimentavano nuovi linguaggi sonori, dall’altro Paoli e De André che rivoluzionavano la canzone. In entrambi i casi, però, Casa Ricordi dimostrò apertura alle novità e fiuto artistico.
Pubblicare partiture di musica d’avanguardia significava anche impegnarsi in un intenso lavoro di coordinamento con gli autori e con i musicologi: molte di queste opere richiedevano nuove notazioni, apparati critici e spiegazioni, e Ricordi collaborò strettamente con gli autori per assicurare edizioni accurate. Ad esempio, l’archivio Ricordi conserva gli autografi di lavori seminali come Boulez e Steinecke di Maderna, Sequenza di Berio, Il canto sospeso di Nono – materiali che documentano la genesi di queste composizioni e che furono pubblicati con note e revisione degli stessi autori.
Il risultato di questa politica lungimirante fu che Casa Ricordi divenne la “casa” sia dei grandi del passato sia dei geni del futuro. Negli anni ’80 e ’90, il catalogo si allargò ulteriormente a nuove generazioni (ad esempio Giorgio Battistelli, Luca Lombardi) e a nuovi generi (opera da camera, balletto contemporaneo, installazioni multimediali).
L’azienda seppe così rinnovarsi continuamente, mantenendo vivo lo spirito pionieristico che l’aveva caratterizzata fin dall’epoca di Giovanni Ricordi. Ancora oggi, grazie a quell’opera di scouting, studiosi e appassionati possono trovare nel Fondo Ricordi le testimonianze complete dell’evoluzione musicale italiana dal melodramma romantico alle avanguardie elettroniche: un patrimonio unico al mondo, che racconta di come dietro ogni grande innovatore vi sia spesso un editore coraggioso che ne intuisce il genio. In sintesi, dalla scoperta di Verdi all’abbraccio delle avanguardie, Ricordi è stata un formidabile talent scout musicale attraverso le generazioni.
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Ricordi scopritore di musicisti
Ricordi vanta una tradizione di scoperta e valorizzazione di talenti musicali che attraversa due secoli, adattandosi ai mutamenti dei linguaggi artistici.
Nell’Ottocento, come abbiamo visto, Ricordi legò il proprio nome ai grandi operisti: sostenne Verdi dai suoi inizi (Tito Ricordi è ricordato proprio per aver “scoperto” e coltivato il giovane Verdi), pubblicò opere di Rossini, Donizetti, Bellini e di fatto lanciò la carriera di Giacomo Puccini, divenendone mecenate e amico personale.
La “scuderia” Ricordi ottocentesca fu dunque formidabile, rappresentando i massimi compositori dell’opera romantica italiana – i “fantastici cinque” (Rossini, Donizetti, Bellini, Verdi, Puccini) – i cui successi furono amplificati proprio dall’oculata opera di promozione dell’editore.
Nel primo Novecento, con la fine dell’epoca d’oro del melodramma, Ricordi dovette affrontare un periodo di transizione: compositori come Pietro Mascagni e Ruggero Leoncavallo emersero con l’editore concorrente Sonzogno (la cosiddetta “Giovane Scuola” verista), mentre Ricordi faticava a trovare il “nuovo Puccini”.
Ciononostante, negli anni ’20 l’editore pubblicò autori innovativi come Ferruccio Busoni, Ildebrando Pizzetti, Ottorino Respighi, Alfredo Casella, Gian Francesco Malipiero, sostenendo così anche il rinnovamento della musica strumentale e sinfonica italiana.
Durante il ventennio fascista, non senza difficoltà (il regime impose censure e discriminazioni razziali che colpirono alcuni autori ebrei in catalogo), Ricordi continuò a operare sia nell’ambito dell’opera sia in quello della musica strumentale.
Il vero secondo Rinascimento di Ricordi nel campo dei nuovi talenti avvenne però nel dopoguerra. A partire dagli anni ’50, l’editore abbracciò con convinzione le sperimentazioni delle seconde avanguardie musicali del Novecento, scoprendo e promuovendo autori allora giovani e rivoluzionari. Figure come Bruno Maderna, Luciano Berio, Luigi Nono, Sylvano Bussotti – compositori d’avanguardia della generazione postbellica – trovarono in Ricordi un editore disposto a pubblicare le loro partiture e a documentare le loro audaci ricerche sonore. Fu una scelta coraggiosa: queste nuove musiche, spesso atonali, elettroniche o aleatorie, avevano un pubblico inizialmente ristretto. Ma Ricordi, fedele alla propria vocazione di protagonista culturale, investì nella musica colta contemporanea, affiancando all’opera tradizionale anche le opere sperimentali dei giovani compositori.
Negli anni ’60 il catalogo Ricordi si arricchì così dei lavori di Maderna, Berio, Nono, Bussotti, Franco Donatoni, Giacomo Manzoni, e più tardi Salvatore Sciarrino, Luigi Ferneyhough, Gérard Grisey, Hans Werner Henze (questi ultimi anche non italiani). Ciò testimonia anche l’internazionalizzazione dell’azienda in quel periodo: Ricordi divenne un punto di riferimento non solo per gli italiani, ma per la nuova musica europea in generale, stringendo legami con festival come Darmstadt e con compositori stranieri innovativi.
Accanto alla musica d’avanguardia colta, come già accennato, negli anni ’60 Ricordi fu promotrice di nuovi talenti nel campo della musica leggera, lanciando i cantautori e contribuendo alla nascita di un canone della canzone d’autore italiana. È significativo che sotto lo stesso tetto editoriale convivessero allora esperienze così diverse: da un lato Nono e Berio che sperimentavano nuovi linguaggi sonori, dall’altro Paoli e De André che rivoluzionavano la canzone. In entrambi i casi, però, Casa Ricordi dimostrò apertura alle novità e fiuto artistico.
Pubblicare partiture di musica d’avanguardia significava anche impegnarsi in un intenso lavoro di coordinamento con gli autori e con i musicologi: molte di queste opere richiedevano nuove notazioni, apparati critici e spiegazioni, e Ricordi collaborò strettamente con gli autori per assicurare edizioni accurate. Ad esempio, l’archivio Ricordi conserva gli autografi di lavori seminali come Boulez e Steinecke di Maderna, Sequenza di Berio, Il canto sospeso di Nono – materiali che documentano la genesi di queste composizioni e che furono pubblicati con note e revisione degli stessi autori.
Il risultato di questa politica lungimirante fu che Casa Ricordi divenne la “casa” sia dei grandi del passato sia dei geni del futuro. Negli anni ’80 e ’90, il catalogo si allargò ulteriormente a nuove generazioni (ad esempio Giorgio Battistelli, Luca Lombardi) e a nuovi generi (opera da camera, balletto contemporaneo, installazioni multimediali).
L’azienda seppe così rinnovarsi continuamente, mantenendo vivo lo spirito pionieristico che l’aveva caratterizzata fin dall’epoca di Giovanni Ricordi. Ancora oggi, grazie a quell’opera di scouting, studiosi e appassionati possono trovare nel Fondo Ricordi le testimonianze complete dell’evoluzione musicale italiana dal melodramma romantico alle avanguardie elettroniche: un patrimonio unico al mondo, che racconta di come dietro ogni grande innovatore vi sia spesso un editore coraggioso che ne intuisce il genio. In sintesi, dalla scoperta di Verdi all’abbraccio delle avanguardie, Ricordi è stata un formidabile talent scout musicale attraverso le generazioni.
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Ricordi scopritore di musicisti
Ricordi vanta una tradizione di scoperta e valorizzazione di talenti musicali che attraversa due secoli, adattandosi ai mutamenti dei linguaggi artistici.
Nell’Ottocento, come abbiamo visto, Ricordi legò il proprio nome ai grandi operisti: sostenne Verdi dai suoi inizi (Tito Ricordi è ricordato proprio per aver “scoperto” e coltivato il giovane Verdi), pubblicò opere di Rossini, Donizetti, Bellini e di fatto lanciò la carriera di Giacomo Puccini, divenendone mecenate e amico personale.
La “scuderia” Ricordi ottocentesca fu dunque formidabile, rappresentando i massimi compositori dell’opera romantica italiana – i “fantastici cinque” (Rossini, Donizetti, Bellini, Verdi, Puccini) – i cui successi furono amplificati proprio dall’oculata opera di promozione dell’editore.
Nel primo Novecento, con la fine dell’epoca d’oro del melodramma, Ricordi dovette affrontare un periodo di transizione: compositori come Pietro Mascagni e Ruggero Leoncavallo emersero con l’editore concorrente Sonzogno (la cosiddetta “Giovane Scuola” verista), mentre Ricordi faticava a trovare il “nuovo Puccini”.
Ciononostante, negli anni ’20 l’editore pubblicò autori innovativi come Ferruccio Busoni, Ildebrando Pizzetti, Ottorino Respighi, Alfredo Casella, Gian Francesco Malipiero, sostenendo così anche il rinnovamento della musica strumentale e sinfonica italiana.
Durante il ventennio fascista, non senza difficoltà (il regime impose censure e discriminazioni razziali che colpirono alcuni autori ebrei in catalogo), Ricordi continuò a operare sia nell’ambito dell’opera sia in quello della musica strumentale.
Il vero secondo Rinascimento di Ricordi nel campo dei nuovi talenti avvenne però nel dopoguerra. A partire dagli anni ’50, l’editore abbracciò con convinzione le sperimentazioni delle seconde avanguardie musicali del Novecento, scoprendo e promuovendo autori allora giovani e rivoluzionari. Figure come Bruno Maderna, Luciano Berio, Luigi Nono, Sylvano Bussotti – compositori d’avanguardia della generazione postbellica – trovarono in Ricordi un editore disposto a pubblicare le loro partiture e a documentare le loro audaci ricerche sonore. Fu una scelta coraggiosa: queste nuove musiche, spesso atonali, elettroniche o aleatorie, avevano un pubblico inizialmente ristretto. Ma Ricordi, fedele alla propria vocazione di protagonista culturale, investì nella musica colta contemporanea, affiancando all’opera tradizionale anche le opere sperimentali dei giovani compositori.
Negli anni ’60 il catalogo Ricordi si arricchì così dei lavori di Maderna, Berio, Nono, Bussotti, Franco Donatoni, Giacomo Manzoni, e più tardi Salvatore Sciarrino, Luigi Ferneyhough, Gérard Grisey, Hans Werner Henze (questi ultimi anche non italiani). Ciò testimonia anche l’internazionalizzazione dell’azienda in quel periodo: Ricordi divenne un punto di riferimento non solo per gli italiani, ma per la nuova musica europea in generale, stringendo legami con festival come Darmstadt e con compositori stranieri innovativi.
Accanto alla musica d’avanguardia colta, come già accennato, negli anni ’60 Ricordi fu promotrice di nuovi talenti nel campo della musica leggera, lanciando i cantautori e contribuendo alla nascita di un canone della canzone d’autore italiana. È significativo che sotto lo stesso tetto editoriale convivessero allora esperienze così diverse: da un lato Nono e Berio che sperimentavano nuovi linguaggi sonori, dall’altro Paoli e De André che rivoluzionavano la canzone. In entrambi i casi, però, Casa Ricordi dimostrò apertura alle novità e fiuto artistico.
Pubblicare partiture di musica d’avanguardia significava anche impegnarsi in un intenso lavoro di coordinamento con gli autori e con i musicologi: molte di queste opere richiedevano nuove notazioni, apparati critici e spiegazioni, e Ricordi collaborò strettamente con gli autori per assicurare edizioni accurate. Ad esempio, l’archivio Ricordi conserva gli autografi di lavori seminali come Boulez e Steinecke di Maderna, Sequenza di Berio, Il canto sospeso di Nono – materiali che documentano la genesi di queste composizioni e che furono pubblicati con note e revisione degli stessi autori.
Il risultato di questa politica lungimirante fu che Casa Ricordi divenne la “casa” sia dei grandi del passato sia dei geni del futuro. Negli anni ’80 e ’90, il catalogo si allargò ulteriormente a nuove generazioni (ad esempio Giorgio Battistelli, Luca Lombardi) e a nuovi generi (opera da camera, balletto contemporaneo, installazioni multimediali).
L’azienda seppe così rinnovarsi continuamente, mantenendo vivo lo spirito pionieristico che l’aveva caratterizzata fin dall’epoca di Giovanni Ricordi. Ancora oggi, grazie a quell’opera di scouting, studiosi e appassionati possono trovare nel Fondo Ricordi le testimonianze complete dell’evoluzione musicale italiana dal melodramma romantico alle avanguardie elettroniche: un patrimonio unico al mondo, che racconta di come dietro ogni grande innovatore vi sia spesso un editore coraggioso che ne intuisce il genio. In sintesi, dalla scoperta di Verdi all’abbraccio delle avanguardie, Ricordi è stata un formidabile talent scout musicale attraverso le generazioni.
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Ricordi scopritore di musicisti
Ricordi vanta una tradizione di scoperta e valorizzazione di talenti musicali che attraversa due secoli, adattandosi ai mutamenti dei linguaggi artistici.
Nell’Ottocento, come abbiamo visto, Ricordi legò il proprio nome ai grandi operisti: sostenne Verdi dai suoi inizi (Tito Ricordi è ricordato proprio per aver “scoperto” e coltivato il giovane Verdi), pubblicò opere di Rossini, Donizetti, Bellini e di fatto lanciò la carriera di Giacomo Puccini, divenendone mecenate e amico personale.
La “scuderia” Ricordi ottocentesca fu dunque formidabile, rappresentando i massimi compositori dell’opera romantica italiana – i “fantastici cinque” (Rossini, Donizetti, Bellini, Verdi, Puccini) – i cui successi furono amplificati proprio dall’oculata opera di promozione dell’editore.
Nel primo Novecento, con la fine dell’epoca d’oro del melodramma, Ricordi dovette affrontare un periodo di transizione: compositori come Pietro Mascagni e Ruggero Leoncavallo emersero con l’editore concorrente Sonzogno (la cosiddetta “Giovane Scuola” verista), mentre Ricordi faticava a trovare il “nuovo Puccini”.
Ciononostante, negli anni ’20 l’editore pubblicò autori innovativi come Ferruccio Busoni, Ildebrando Pizzetti, Ottorino Respighi, Alfredo Casella, Gian Francesco Malipiero, sostenendo così anche il rinnovamento della musica strumentale e sinfonica italiana.
Durante il ventennio fascista, non senza difficoltà (il regime impose censure e discriminazioni razziali che colpirono alcuni autori ebrei in catalogo), Ricordi continuò a operare sia nell’ambito dell’opera sia in quello della musica strumentale.
Il vero secondo Rinascimento di Ricordi nel campo dei nuovi talenti avvenne però nel dopoguerra. A partire dagli anni ’50, l’editore abbracciò con convinzione le sperimentazioni delle seconde avanguardie musicali del Novecento, scoprendo e promuovendo autori allora giovani e rivoluzionari. Figure come Bruno Maderna, Luciano Berio, Luigi Nono, Sylvano Bussotti – compositori d’avanguardia della generazione postbellica – trovarono in Ricordi un editore disposto a pubblicare le loro partiture e a documentare le loro audaci ricerche sonore. Fu una scelta coraggiosa: queste nuove musiche, spesso atonali, elettroniche o aleatorie, avevano un pubblico inizialmente ristretto. Ma Ricordi, fedele alla propria vocazione di protagonista culturale, investì nella musica colta contemporanea, affiancando all’opera tradizionale anche le opere sperimentali dei giovani compositori.
Negli anni ’60 il catalogo Ricordi si arricchì così dei lavori di Maderna, Berio, Nono, Bussotti, Franco Donatoni, Giacomo Manzoni, e più tardi Salvatore Sciarrino, Luigi Ferneyhough, Gérard Grisey, Hans Werner Henze (questi ultimi anche non italiani). Ciò testimonia anche l’internazionalizzazione dell’azienda in quel periodo: Ricordi divenne un punto di riferimento non solo per gli italiani, ma per la nuova musica europea in generale, stringendo legami con festival come Darmstadt e con compositori stranieri innovativi.
Accanto alla musica d’avanguardia colta, come già accennato, negli anni ’60 Ricordi fu promotrice di nuovi talenti nel campo della musica leggera, lanciando i cantautori e contribuendo alla nascita di un canone della canzone d’autore italiana. È significativo che sotto lo stesso tetto editoriale convivessero allora esperienze così diverse: da un lato Nono e Berio che sperimentavano nuovi linguaggi sonori, dall’altro Paoli e De André che rivoluzionavano la canzone. In entrambi i casi, però, Casa Ricordi dimostrò apertura alle novità e fiuto artistico.
Pubblicare partiture di musica d’avanguardia significava anche impegnarsi in un intenso lavoro di coordinamento con gli autori e con i musicologi: molte di queste opere richiedevano nuove notazioni, apparati critici e spiegazioni, e Ricordi collaborò strettamente con gli autori per assicurare edizioni accurate. Ad esempio, l’archivio Ricordi conserva gli autografi di lavori seminali come Boulez e Steinecke di Maderna, Sequenza di Berio, Il canto sospeso di Nono – materiali che documentano la genesi di queste composizioni e che furono pubblicati con note e revisione degli stessi autori.
Il risultato di questa politica lungimirante fu che Casa Ricordi divenne la “casa” sia dei grandi del passato sia dei geni del futuro. Negli anni ’80 e ’90, il catalogo si allargò ulteriormente a nuove generazioni (ad esempio Giorgio Battistelli, Luca Lombardi) e a nuovi generi (opera da camera, balletto contemporaneo, installazioni multimediali).
L’azienda seppe così rinnovarsi continuamente, mantenendo vivo lo spirito pionieristico che l’aveva caratterizzata fin dall’epoca di Giovanni Ricordi. Ancora oggi, grazie a quell’opera di scouting, studiosi e appassionati possono trovare nel Fondo Ricordi le testimonianze complete dell’evoluzione musicale italiana dal melodramma romantico alle avanguardie elettroniche: un patrimonio unico al mondo, che racconta di come dietro ogni grande innovatore vi sia spesso un editore coraggioso che ne intuisce il genio. In sintesi, dalla scoperta di Verdi all’abbraccio delle avanguardie, Ricordi è stata un formidabile talent scout musicale attraverso le generazioni.
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Musicologia, edizioni critiche e divulgazione
Fin dalla metà dell’Ottocento, Ricordi si distinse anche per l’attenzione alla ricerca musicologica e alla divulgazione colta della musica.
Tito Ricordi, in particolare, comprese l’importanza di creare attorno all’attività editoriale un fermento intellettuale e critico. Nel 1842 fondò la Gazzetta Musicale di Milano, un settimanale che per 60 anni fu il punto di riferimento per musicisti, studiosi e appassionati.
La Gazzetta – diretta nei primi tempi da personalità di spicco come Alberto Mazzucato, vicino agli ambienti mazziniani – non si limitava a pubblicare annunci o novità editoriali, ma ospitava dibattiti teorici, critiche e saggi storici sulla musica. Era uno strumento di politica culturale potente: attraverso le sue pagine, Ricordi promuoveva discussioni sul valore artistico del melodramma, sulla necessità di tutelare i diritti degli autori, sulle nuove correnti compositive emergenti. Possiamo dire che la Gazzetta gettò le basi della musicologia italiana nascente, in anni in cui questa disciplina non era ancora istituzionalizzata nelle accademie. Vi scrissero compositori, direttori d’orchestra e teorici, creando un terreno fertile per la circolazione delle idee musicali.
Nei decenni successivi, Ricordi continuò su questa strada con nuove riviste: Rivista Minima (1871-78), poi Musica e Musicisti (1902-1905) che proseguì l’eredità della Gazzetta, infine Ars et Labor (1906-1912).
Queste pubblicazioni, evolvendosi nel taglio e nei contenuti, mantennero costante l’obiettivo di coniugare informazione e approfondimento: accanto alle notizie sulle opere e i concerti, vi trovavano spazio articoli storici, analisi tecniche, cronache dalle esposizioni universali e dalle prime rappresentazioni all’estero, etc. Ad esempio, Ars et Labor divenne un elegante mensile illustrato, specchio della Belle Époque musicale, con rubriche dedicate alla storia della musica antica, alle nuove composizioni sinfoniche, e persino alle tecnologie del suono dell’epoca (grammofoni, organi elettrici).
Attraverso queste riviste, Ricordi fomentò il dibattito musicologico, contribuendo a formare una consapevolezza storica della musica in Italia. Va ricordato anche il periodico Musica d’oggi (fondato nel 1919), che sotto la direzione di Guido M. Gatti diede voce alle avanguardie del primo Novecento e alla musica internazionale contemporanea. La funzione editoriale di Ricordi non si esauriva nei libri e negli spartiti, ma abbracciava la sfera della ricerca accademica e della critica.
Un altro importante contributo di Ricordi alla “ricerca scientifica” musicale è rappresentato dalle edizioni critiche e dalle opere di riferimento pubblicate nel Novecento. Forte del suo immenso patrimonio di autografi e fonti originali, l’editore avviò e supportò progetti editoriali di alto profilo filologico. Già Tito Ricordi nel 1854 aveva lanciato un’edizione completa in spartiti di tutte le opere teatrali di Rossini, conclusa poi nel 1867 – un’impresa antesignana delle moderne edizioni critiche.
Nel XX secolo, con metodi scientifici maturi, Ricordi partecipò alla preparazione di edizioni critiche delle opere liriche più celebri, basate sui manoscritti originali e su uno studio comparato delle fonti. Tra queste spicca la monumentale Edizione critica delle Opere di Giuseppe Verdi, avviata negli anni ’70 in collaborazione con istituzioni internazionali (University of Chicago Press) e tuttora in corso, che sta restituendo i capolavori verdiani nella loro forma testuale più autentica. Analogamente, sono state realizzate edizioni critiche per opere di Rossini, Donizetti, Bellini e Puccini, spesso coinvolgendo musicologi di fama mondiale. Ricordi ha messo a disposizione il proprio archivio e le proprie competenze editoriali per realizzare questi progetti, diventando co-editore o distributore di volumi fondamentali per gli studiosi.
In ambito divulgativo e enciclopedico,
Ricordi ha, inoltre, curato importanti pubblicazioni di riferimento. Negli anni ’60 l’editore pubblicò un’ampia Enciclopedia della Musica (1964) e un precedente Dizionario musicale, opere collettive destinate a fornire al grande pubblico conoscenze sistematiche sulla musica. Musicologi come Giacomo Manzoni, Roman Vlad e altri collaborarono a questi volumi editi da Ricordi, segno di come l’azienda avesse a cuore anche la diffusione della cultura musicale generale. Parallelamente, l’Archivio Ricordi e i suoi curatori hanno contribuito a progetti come il Dizionario Enciclopedico Universale della Musica e dei Musicisti (pubblicato da UTET negli anni ’80-’90), fornendo materiali e consulenza sulla storia dell’opera italiana. In tempi più recenti, Ricordi (in sinergia con Universal Music) ha promosso la pubblicazione di saggi musicologici, collane di studi (ad es. sulla musica del Novecento) e organizzato convegni e mostre a carattere storico-scientifico. Un esempio è la collaborazione a collane come “Musica/Realtà” fondata da Luigi Pestalozza, o la partecipazione a progetti di ricerca universitari sull’opera italiana.
Oggi l’Archivio Storico Ricordi continua questa tradizione di ricerca: non solo conserva i documenti, ma li rende disponibili tramite la Collezione Digitale e collabora con studiosi di tutto il mondo. Il recente volume celebrativo “I piccoli grandi tesori dell’Archivio Ricordi” (2019) presenta fotografie, lettere, figurini, manifesti e documenti d’epoca del fondo Ricordi, accompagnati da saggi storici che contestualizzano due secoli di musica italiana. Inoltre, molti dei periodici storici Ricordi (oltre 5.700 fascicoli dal 1842 al 1965) sono stati digitalizzati e resi accessibili online per favorire la ricerca.
Questo impegno attuale ribadisce come Ricordi, pur cambiando forme proprietarie, continui la missione di tramandare sapere musicale. In definitiva, la dimensione “scientifica” è sempre stata parte integrante dell’identità di Ricordi: dall’Ottocento in cui sulle pagine della Gazzetta si disputava di estetica musicale, fino al Duemila in cui si pubblicano edizioni critiche e si digitalizzano archivi, l’editore milanese ha agito da ponte tra il mondo creativo dei compositori e quello analitico dei musicologi. Integrando attività imprenditoriale e ricerca intellettuale, Ricordi ha contribuito in modo inestimabile alla conoscenza e alla preservazione della grande tradizione musicale italiana.
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Musicologia, edizioni critiche e divulgazione
Fin dalla metà dell’Ottocento, Ricordi si distinse anche per l’attenzione alla ricerca musicologica e alla divulgazione colta della musica.
Tito Ricordi, in particolare, comprese l’importanza di creare attorno all’attività editoriale un fermento intellettuale e critico. Nel 1842 fondò la Gazzetta Musicale di Milano, un settimanale che per 60 anni fu il punto di riferimento per musicisti, studiosi e appassionati.
La Gazzetta – diretta nei primi tempi da personalità di spicco come Alberto Mazzucato, vicino agli ambienti mazziniani – non si limitava a pubblicare annunci o novità editoriali, ma ospitava dibattiti teorici, critiche e saggi storici sulla musica. Era uno strumento di politica culturale potente: attraverso le sue pagine, Ricordi promuoveva discussioni sul valore artistico del melodramma, sulla necessità di tutelare i diritti degli autori, sulle nuove correnti compositive emergenti. Possiamo dire che la Gazzetta gettò le basi della musicologia italiana nascente, in anni in cui questa disciplina non era ancora istituzionalizzata nelle accademie. Vi scrissero compositori, direttori d’orchestra e teorici, creando un terreno fertile per la circolazione delle idee musicali.
Nei decenni successivi, Ricordi continuò su questa strada con nuove riviste: Rivista Minima (1871-78), poi Musica e Musicisti (1902-1905) che proseguì l’eredità della Gazzetta, infine Ars et Labor (1906-1912).
Queste pubblicazioni, evolvendosi nel taglio e nei contenuti, mantennero costante l’obiettivo di coniugare informazione e approfondimento: accanto alle notizie sulle opere e i concerti, vi trovavano spazio articoli storici, analisi tecniche, cronache dalle esposizioni universali e dalle prime rappresentazioni all’estero, etc. Ad esempio, Ars et Labor divenne un elegante mensile illustrato, specchio della Belle Époque musicale, con rubriche dedicate alla storia della musica antica, alle nuove composizioni sinfoniche, e persino alle tecnologie del suono dell’epoca (grammofoni, organi elettrici).
Attraverso queste riviste, Ricordi fomentò il dibattito musicologico, contribuendo a formare una consapevolezza storica della musica in Italia. Va ricordato anche il periodico Musica d’oggi (fondato nel 1919), che sotto la direzione di Guido M. Gatti diede voce alle avanguardie del primo Novecento e alla musica internazionale contemporanea. La funzione editoriale di Ricordi non si esauriva nei libri e negli spartiti, ma abbracciava la sfera della ricerca accademica e della critica.
Un altro importante contributo di Ricordi alla “ricerca scientifica” musicale è rappresentato dalle edizioni critiche e dalle opere di riferimento pubblicate nel Novecento. Forte del suo immenso patrimonio di autografi e fonti originali, l’editore avviò e supportò progetti editoriali di alto profilo filologico. Già Tito Ricordi nel 1854 aveva lanciato un’edizione completa in spartiti di tutte le opere teatrali di Rossini, conclusa poi nel 1867 – un’impresa antesignana delle moderne edizioni critiche.
Nel XX secolo, con metodi scientifici maturi, Ricordi partecipò alla preparazione di edizioni critiche delle opere liriche più celebri, basate sui manoscritti originali e su uno studio comparato delle fonti. Tra queste spicca la monumentale Edizione critica delle Opere di Giuseppe Verdi, avviata negli anni ’70 in collaborazione con istituzioni internazionali (University of Chicago Press) e tuttora in corso, che sta restituendo i capolavori verdiani nella loro forma testuale più autentica. Analogamente, sono state realizzate edizioni critiche per opere di Rossini, Donizetti, Bellini e Puccini, spesso coinvolgendo musicologi di fama mondiale. Ricordi ha messo a disposizione il proprio archivio e le proprie competenze editoriali per realizzare questi progetti, diventando co-editore o distributore di volumi fondamentali per gli studiosi.
In ambito divulgativo e enciclopedico,
Ricordi ha, inoltre, curato importanti pubblicazioni di riferimento. Negli anni ’60 l’editore pubblicò un’ampia Enciclopedia della Musica (1964) e un precedente Dizionario musicale, opere collettive destinate a fornire al grande pubblico conoscenze sistematiche sulla musica. Musicologi come Giacomo Manzoni, Roman Vlad e altri collaborarono a questi volumi editi da Ricordi, segno di come l’azienda avesse a cuore anche la diffusione della cultura musicale generale. Parallelamente, l’Archivio Ricordi e i suoi curatori hanno contribuito a progetti come il Dizionario Enciclopedico Universale della Musica e dei Musicisti (pubblicato da UTET negli anni ’80-’90), fornendo materiali e consulenza sulla storia dell’opera italiana. In tempi più recenti, Ricordi (in sinergia con Universal Music) ha promosso la pubblicazione di saggi musicologici, collane di studi (ad es. sulla musica del Novecento) e organizzato convegni e mostre a carattere storico-scientifico. Un esempio è la collaborazione a collane come “Musica/Realtà” fondata da Luigi Pestalozza, o la partecipazione a progetti di ricerca universitari sull’opera italiana.
Oggi l’Archivio Storico Ricordi continua questa tradizione di ricerca: non solo conserva i documenti, ma li rende disponibili tramite la Collezione Digitale e collabora con studiosi di tutto il mondo. Il recente volume celebrativo “I piccoli grandi tesori dell’Archivio Ricordi” (2019) presenta fotografie, lettere, figurini, manifesti e documenti d’epoca del fondo Ricordi, accompagnati da saggi storici che contestualizzano due secoli di musica italiana. Inoltre, molti dei periodici storici Ricordi (oltre 5.700 fascicoli dal 1842 al 1965) sono stati digitalizzati e resi accessibili online per favorire la ricerca.
Questo impegno attuale ribadisce come Ricordi, pur cambiando forme proprietarie, continui la missione di tramandare sapere musicale. In definitiva, la dimensione “scientifica” è sempre stata parte integrante dell’identità di Ricordi: dall’Ottocento in cui sulle pagine della Gazzetta si disputava di estetica musicale, fino al Duemila in cui si pubblicano edizioni critiche e si digitalizzano archivi, l’editore milanese ha agito da ponte tra il mondo creativo dei compositori e quello analitico dei musicologi. Integrando attività imprenditoriale e ricerca intellettuale, Ricordi ha contribuito in modo inestimabile alla conoscenza e alla preservazione della grande tradizione musicale italiana.
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Musicologia, edizioni critiche e divulgazione
Fin dalla metà dell’Ottocento, Ricordi si distinse anche per l’attenzione alla ricerca musicologica e alla divulgazione colta della musica.
Tito Ricordi, in particolare, comprese l’importanza di creare attorno all’attività editoriale un fermento intellettuale e critico. Nel 1842 fondò la Gazzetta Musicale di Milano, un settimanale che per 60 anni fu il punto di riferimento per musicisti, studiosi e appassionati.
La Gazzetta – diretta nei primi tempi da personalità di spicco come Alberto Mazzucato, vicino agli ambienti mazziniani – non si limitava a pubblicare annunci o novità editoriali, ma ospitava dibattiti teorici, critiche e saggi storici sulla musica. Era uno strumento di politica culturale potente: attraverso le sue pagine, Ricordi promuoveva discussioni sul valore artistico del melodramma, sulla necessità di tutelare i diritti degli autori, sulle nuove correnti compositive emergenti. Possiamo dire che la Gazzetta gettò le basi della musicologia italiana nascente, in anni in cui questa disciplina non era ancora istituzionalizzata nelle accademie. Vi scrissero compositori, direttori d’orchestra e teorici, creando un terreno fertile per la circolazione delle idee musicali.
Nei decenni successivi, Ricordi continuò su questa strada con nuove riviste: Rivista Minima (1871-78), poi Musica e Musicisti (1902-1905) che proseguì l’eredità della Gazzetta, infine Ars et Labor (1906-1912).
Queste pubblicazioni, evolvendosi nel taglio e nei contenuti, mantennero costante l’obiettivo di coniugare informazione e approfondimento: accanto alle notizie sulle opere e i concerti, vi trovavano spazio articoli storici, analisi tecniche, cronache dalle esposizioni universali e dalle prime rappresentazioni all’estero, etc. Ad esempio, Ars et Labor divenne un elegante mensile illustrato, specchio della Belle Époque musicale, con rubriche dedicate alla storia della musica antica, alle nuove composizioni sinfoniche, e persino alle tecnologie del suono dell’epoca (grammofoni, organi elettrici).
Attraverso queste riviste, Ricordi fomentò il dibattito musicologico, contribuendo a formare una consapevolezza storica della musica in Italia. Va ricordato anche il periodico Musica d’oggi (fondato nel 1919), che sotto la direzione di Guido M. Gatti diede voce alle avanguardie del primo Novecento e alla musica internazionale contemporanea. La funzione editoriale di Ricordi non si esauriva nei libri e negli spartiti, ma abbracciava la sfera della ricerca accademica e della critica.
Un altro importante contributo di Ricordi alla “ricerca scientifica” musicale è rappresentato dalle edizioni critiche e dalle opere di riferimento pubblicate nel Novecento. Forte del suo immenso patrimonio di autografi e fonti originali, l’editore avviò e supportò progetti editoriali di alto profilo filologico. Già Tito Ricordi nel 1854 aveva lanciato un’edizione completa in spartiti di tutte le opere teatrali di Rossini, conclusa poi nel 1867 – un’impresa antesignana delle moderne edizioni critiche.
Nel XX secolo, con metodi scientifici maturi, Ricordi partecipò alla preparazione di edizioni critiche delle opere liriche più celebri, basate sui manoscritti originali e su uno studio comparato delle fonti. Tra queste spicca la monumentale Edizione critica delle Opere di Giuseppe Verdi, avviata negli anni ’70 in collaborazione con istituzioni internazionali (University of Chicago Press) e tuttora in corso, che sta restituendo i capolavori verdiani nella loro forma testuale più autentica. Analogamente, sono state realizzate edizioni critiche per opere di Rossini, Donizetti, Bellini e Puccini, spesso coinvolgendo musicologi di fama mondiale. Ricordi ha messo a disposizione il proprio archivio e le proprie competenze editoriali per realizzare questi progetti, diventando co-editore o distributore di volumi fondamentali per gli studiosi.
In ambito divulgativo e enciclopedico,
Ricordi ha, inoltre, curato importanti pubblicazioni di riferimento. Negli anni ’60 l’editore pubblicò un’ampia Enciclopedia della Musica (1964) e un precedente Dizionario musicale, opere collettive destinate a fornire al grande pubblico conoscenze sistematiche sulla musica. Musicologi come Giacomo Manzoni, Roman Vlad e altri collaborarono a questi volumi editi da Ricordi, segno di come l’azienda avesse a cuore anche la diffusione della cultura musicale generale. Parallelamente, l’Archivio Ricordi e i suoi curatori hanno contribuito a progetti come il Dizionario Enciclopedico Universale della Musica e dei Musicisti (pubblicato da UTET negli anni ’80-’90), fornendo materiali e consulenza sulla storia dell’opera italiana. In tempi più recenti, Ricordi (in sinergia con Universal Music) ha promosso la pubblicazione di saggi musicologici, collane di studi (ad es. sulla musica del Novecento) e organizzato convegni e mostre a carattere storico-scientifico. Un esempio è la collaborazione a collane come “Musica/Realtà” fondata da Luigi Pestalozza, o la partecipazione a progetti di ricerca universitari sull’opera italiana.
Oggi l’Archivio Storico Ricordi continua questa tradizione di ricerca: non solo conserva i documenti, ma li rende disponibili tramite la Collezione Digitale e collabora con studiosi di tutto il mondo. Il recente volume celebrativo “I piccoli grandi tesori dell’Archivio Ricordi” (2019) presenta fotografie, lettere, figurini, manifesti e documenti d’epoca del fondo Ricordi, accompagnati da saggi storici che contestualizzano due secoli di musica italiana. Inoltre, molti dei periodici storici Ricordi (oltre 5.700 fascicoli dal 1842 al 1965) sono stati digitalizzati e resi accessibili online per favorire la ricerca.
Questo impegno attuale ribadisce come Ricordi, pur cambiando forme proprietarie, continui la missione di tramandare sapere musicale. In definitiva, la dimensione “scientifica” è sempre stata parte integrante dell’identità di Ricordi: dall’Ottocento in cui sulle pagine della Gazzetta si disputava di estetica musicale, fino al Duemila in cui si pubblicano edizioni critiche e si digitalizzano archivi, l’editore milanese ha agito da ponte tra il mondo creativo dei compositori e quello analitico dei musicologi. Integrando attività imprenditoriale e ricerca intellettuale, Ricordi ha contribuito in modo inestimabile alla conoscenza e alla preservazione della grande tradizione musicale italiana.
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